I libri, atti radicalmente umani
“Certo, sapevamo che i soldati erano infinitamente più numerosi di noi. Ma la cosa strana è che non faceva alcuna differenza. Fin dall’inizio dell’insurrezione mi ero sentito pervadere da una forza più potente di qualunque esercito. La coscienza. Sì, la coscienza, la cosa più terrificante al mondo.“
Scenario tragico e disumano, peccato che Han Kang, recente premio Nobel per la Letteratura, descriva una realtà nuda e cruda. La realtà che colpì la Corea del Sud nella primavera del 1980. Atti umani è un libro che risveglia la coscienza e la memoria, scuote gli animi e perché no, fa crescere il senso di rivolta e il desiderio di libertà.
La scrittura di Han Kang non consola, non offre spiegazioni rassicuranti, non addolcisce l’orrore. Espone. Lascia il lettore davanti a ciò che resta quando la violenza attraversa i corpi e i legami, quando l’umano viene ridotto a oggetto, a numero, a scarto. In questo senso, la letteratura diventa un luogo in cui il reale, ciò che sfugge al senso e alla rappresentazione, irrompe senza filtri, chiedendo di essere guardato.
La coscienza, allora, non è un sapere tranquillo né una posizione morale già data. È qualcosa che si risveglia nel trauma dell’incontro con l’insopportabile. È ciò che si attiva quando non possiamo più voltare lo sguardo, quando la memoria insiste e domanda di essere riconosciuta. La coscienza nasce forse proprio lì dove il soggetto non può più dirsi innocente, perché chiamato a rispondere di ciò che ha visto, letto, ascoltato.
In Atti umani, la memoria non è solo ricordo del passato, ma atto presente. Un atto che interroga il nostro rapporto con la violenza, con il potere, con il silenzio. Un atto che mette in crisi la posizione di spettatori e ci costringe a prendere parola, o almeno a interrogarci sul nostro modo di stare nel mondo.
Cos'è per voi la coscienza?
È adesione a una legge? È voce interiore? È responsabilità verso l’altro? E’ una ferita aperta, un resto che non si lascia suturare e che, proprio per questo, continua a farci domande? In psicoanalisi, la coscienza non coincide mai del tutto con il sapere: è attraversata dall’inconscio, dal rimosso, da ciò che ritorna. Forse è in questo spazio inquieto, non pacificato, che può nascere il desiderio di libertà di cui parla il libro.
“Dentro di noi c’è qualcosa che non ha nome, quel qualcosa è ciò che siamo“
In Cecità, José Saramago, con il suo stile libero e travolgente, riesce a mettere il lettore in contatto con quella parte nascosta che spesso rimane celata dietro l'immagine ideale che si vuole restituire al mondo e a se stessi. Nella citazione, questa "assenza di nome" potrebbe rappresentare il nucleo autentico dell'individuo, una traccia primordiale che emerge soprattutto nei momenti di crisi. La cecità collettiva descritta nel romanzo agisce come un catalizzatore che spoglia i personaggi delle loro certezze, rivelando il conflitto profondo tra Eros e Thanatos. Quanto è importante riuscire a "vedere", per accettare e comprendere ciò che è indefinibile dentro di noi (le nostre paure, i nostri desideri, la nostra vulnerabilità)? Guardando nel profondo, possiamo ritrovare o riscoprire, la nostra umanità?
“A un certo punto ricordo di essermi chiesto se non fossi geneticamente modificato, se non avessi una minuscola alterazione del DNA che mi separava appena appena, ma in modo fondamentale, dalla mia specie. Sembrava che tutti fossero in grado di unire le proprie parti in modi piacevoli e fecondi, ma nella mia anatomia e nella mia psiche c’era qualcosa di impercettibilmente diverso che mi divideva in modo irrevocabile dagli altri. Era una sensazione dolorosa che mi rendeva molto infelice. Mi ha fatto piangere e desiderare di non essere vivo.“
"Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron è un’opera straordinaria che esplora il delicato equilibrio tra disagio esistenziale e crescita personale. James Sveck, asociale e introspettivo, incarna le sfide dell’adolescenza e della transizione verso l’età adulta: il senso di inadeguatezza, la difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo e il conflitto tra le aspettative sociali e il desiderio di essere sé stessi.
James si trova in una New York deserta durante le vacanze estive, con le scuole appena concluse. È qui che inizia a interrogarsi sul significato di crescere in un mondo adulto che, in gran parte, lo ha già deluso.
Il romanzo offre uno spaccato narrativo in cui ogni personaggio appare talmente assorbito da sé stesso da ignorare ciò che James nasconde nel profondo. L’unica eccezione è Nonna Nanette, l’unico punto di riferimento in grado di conquistare la fiducia del ragazzo. Con il suo affetto sincero e la capacità di ascoltare davvero, Nanette rappresenta una presenza rassicurante e fondamentale nel percorso di James.
In una società che cerca di omologare, James sceglie di non conformarsi, difendendo la propria individualità, anche al prezzo della solitudine e del silenzio. Cameron ci ricorda che il dolore, spesso temuto e rifiutato, è una componente essenziale della crescita. Il romanzo porta con sé un messaggio potente per chi si sente smarrito: non c’è maturazione senza crisi.
“C'era una stanchezza antica nei suoi occhi, la fatica di chi ha dovuto inghiottire le proprie lacrime affinché non diventassero pietre.“
A Jeju nasce il vento, è un libro che scorre velocemente, ma che è in grado di lasciare delle tracce, soprattutto se si è conosciuto il dolore della perdita, di un lutto.
È la storia di due rivali che, uniti da uno scopo comune, salvare l'amata (o salvare loro stessi?), intraprendono un viaggio alla ricerca del luogo degno per disperderne le ceneri. Il luogo non sarà così facile da trovare, la vita mette spesso degli ostacoli a questo difficile percorso. Non sono però gli eventi esterni a bloccare i protagonisti, bensì la loro difficoltà a separarsi, a compiere il lutto di chi hanno amato, di chi hanno creduto di amare.
L'amicizia, la fragilità, il senso di colpa, la paura del cambiamento... Sono tanti i temi che Kim Ho-Yeon intreccia in questa intensa e delicata storia.
È un romanzo che, senza appesantire il lettore, scardina molti preconcetti sul lutto, invitandolo a riflettere e a interrogarsi sul percorso tortuoso e doloroso della perdita.
“Abituarsi alla vecchiaia vuol dire scendere a patti con la realtà. A pochi mesi dai settant'anni mi stancai di patteggiare.”
C’è in queste parole una presa di posizione soggettiva netta: non un rifiuto della realtà, ma un rifiuto della resa. In psicoanalisi, “scendere a patti” spesso coincide con l’abbandono silenzioso del desiderio, con l’accettazione di un destino che viene confuso con il limite. Ma il limite, quando è simbolico, può essere abitato; quando diventa mortifero, chiede di essere attraversato.
Amo tutte le storie di desiderio, Navillera è una di queste. Perché il desiderio, a differenza del bisogno, non segue l’anagrafe. Non si adegua alle aspettative sociali, non rispetta i tempi “giusti”, non chiede il permesso. Insiste. E proprio per questo spesso disturba.
Vi propongo un fumetto coreano (manwha) che racconta la storia di un signore di 70 anni e di un ragazzo 23enne. I loro destini si incontrano in maniera del tutto inaspettata, in una sala prove di danza classica. Uno spazio che non è neutro: il corpo, lo sguardo dell’altro, lo specchio.
La danza come luogo in cui il corpo parla.
L'anziano Sim sfida, con la forza del desiderio, i pregiudizi del quartiere, la disapprovazione della famiglia e la realtà dei suoi anni, lanciandosi in una sfida "impossibile", quella di iniziare danza classica a 70 anni. Non si tratta di dimostrare qualcosa, né di recuperare un tempo perduto. Sim non danza per restare giovane, ma per restare vivo come soggetto del proprio desiderio. Il suo gesto rompe l’idea che l’invecchiamento coincida con la rinuncia, e mostra come il desiderio possa riemergere proprio là dove si pensava dovesse tacere.
Il giovane Lee sembra disilluso dalla vita, nonostante la giovane età, i rapporti con il padre da sempre difficili e la perdita della madre, hanno reso Lee schivo e rigido. Nonostante questa facciata, Lee dentro di sé è mosso da un profondo sogno, quello di fare arte attraverso la danza.
Lee incarna un’altra forma di stanchezza: non quella dell’età, ma quella di chi ha troppo presto imparato a difendersi dal desiderio. La rigidità del corpo e del carattere diventa allora una corazza, una protezione dal rischio di desiderare davvero, e quindi di perdere.
L'incontro tra questi destini, riuscirà a tracciare il cammino del desiderio di Sim e Lee?

